Photo: virginia

23/03/08

era pasqua

Per mia madre abitare in pineta voleva dire avere insetti in casa, serrarsi di notte per difendersi dai pericoli nascosti nel buio fitto, voleva dire isolamento e fare la spesa al camioncino che arrivava una volta al giorno. Per noi figli abitare in pineta voleva dire giocare con le pietre laviche (ma all’epoca pensavo tutte le pietre del mondo fossero così, “laviche”) e le foglie dei pini che cadevano, voleva dire cercare e raccogliere pinoli e ritrovarsi con le mani nere. Voleva dire a pasquetta vedere arrivare zii e cugini con tavoli e sedie pieghevoli, cibo e vino. La pineta era casa nostra ed io ne ero anche un po’ gelosa. Io e mio fratello ne conoscevamo i segreti, gli odori, i pericoli. Era frizzante quella sensazione di paura quando ti ci trovavi da solo e cercavi di familiarizzare con rumori e ombre, ogni volta spingersi più in là ma poi correre verso casa, verso la luce di quelle poche finestre. Restavo sempre un po’ spiazzata quando per un giorno veniva invasa da risate, grida, odori di carne e carciofi arrostiti. Lo spiazzamento devo dire durava poco, almeno fino a quando i grandi ci mettevano a cercare legna. Diventavo così una di loro, tradendo la mia pineta in cambio di compagnia e complicità. Spesso mi arrogavo il diritto di dire ai mie cugini “no, lì no” o “non spostare quel sasso”, risultando, certo, un po’ antipatica. Quando invece volevo davvero la loro ammirazione sapevo cosa fare. C’era un tesoro al di là della pineta. Certo, era un tesoro, ma il perché non lo sapevo e neanche mi ero mai posta il problema di saperlo. Conoscevo bene il percorso per arrivarci e allora sparivamo tutti e dopo qualche minuto davanti a noi appariva la villa. La villa di un certo Leopardi. La guardavamo da dietro gli alberi. Non so perché, ma avevamo timore di quel custode che stendeva i suoi asciugamani da finestre che cadevano a pezzi. Forse vedendoci non ci avrebbe mai detto niente. Ma il nasconderci e ammirare rendeva la faccenda molto più interessante. Insomma, io abitavo accanto alla villa di Giacomo Leopardi che doveva essere uno conosciuto, visto che mia madre utilizzava questo riferimento per spiegare a tutti dove stavamo. Non è stato immediato il collegamento quando poi dopo anni ho saputo di un Leopardi scrittore. Era proprio lui? Il mio vicino di casa? quando poi, tutto mi è diventato chiaro ho vissuto quasi un lutto. Conoscere l’identità del padrone di casa della villa aveva reso quel tesoro meno tesoro. Certi misteri che vivi nell’infanzia non dovrebbero essere mai svelati, mai chiariti. La pasquetta finiva con il ritorno del buio e del silenzio. Con gli zii che si allontanavano e ritornavano nella loro civiltà. E noi ci chiudavamo in casa, ancora a difenderci dai fantasmi della pineta. Soli, noi e il nostro vicino.

1 commento:

liquirizia ha detto...

Che belli i ricordi d'infanzia.. per un minuto ho vissuto i tuoi.. Buona Pasqua cara Virginia!