Photo: virginia

18/05/12

Oggi come ieri


Mi trovavo credo in terza media. Quell'anno e' stato molto probabilmente l'anno in cui hanno preso forma alcuni dei valori e delle passioni piu importanti della mia vita. L'anno in cui probabilmente inizavo a prendere forma io come essere pensante e desiderante e prendevo coscienza del mio universo dove non rientravano ne famiglia ne le persone che conoscevo. Nella mia classe, come succede in ogni classe soprattutto alle medie, c'erano i soliti bulletti, un po figli di papa, bellocci e che avevano deciso di puntare tutto sulla furbizia. La furbizia a quell'eta e' una qualita' da coltivare, essere il piu furbo vuol dire essere il migliore o almeno apparire il migliore. Io non so quando e' nata in me la sete di giustizia, di onesta, di chiarezza, di rispetto, ma sicuramente in quell'anno era diventata cosi forte e identificabile che non potevo fare a meno di manifestarla, per la prima volta fuori dalla mia famiglia, dove qualsiasi sete io avessi rimaneva inascoltata. Ricordo con chiarezza la mia insofferenza rispetto ai vari imbrogli che accadevano in classe che non venivano mai scoperti, mi imbattevo nella mancanza di giustizia e non riuscivo a capacitarmi che le cose dovessero andare cosi. Lui, Lorenzo era diventato il capetto, il piu furbo, e ne andava fiero. Solo che un giorno succede che la sua furbizia incrocia me e se mentre stavo male ma zitta quando vedevo gli altri vittime della sua spavalderia e del senso di omerta che pure era fortissimo negli anni adolescenziali soprattutto in una scuola del sud Italia, insomma quando invece furbizia e disonesta' hanno toccato me e quel mio universo che stavo delicatamente scoprendo e hanno presupposto una mia posizione io ho creduto in cio che sentivo e cioe che la sincerita', la chiarezza, l'onesta' vincessero sempre e che in qualsiasi momento potessero far crollare una torre di bugie, di inganni. Ho creduto, e ho continuato a credere per tutti gli anni seguenti, che una persona guardata negli occhi e messa davanti alla verita, davanti alla posizione di dire la verita, non avesse altra scelta che ammettere le proprie colpe, e non perche spinta da altri ma dal peso della propria coscienza. Ripeto, non so come a undici, dodici anni fosse cosi forte in me questa convinzione. Credevo nella sincerita e nella bellezza della sincerita, credevo nella giustizia e la volevo ad ogni costo. Tanto e' che un giorno avviene un processo in classe, la professoressa di italiano - sono sempre le professoresse di italiano ad accompagnarti durante il processo di formazione umana - chiede spiegazione circa cose che non la convincevano, ero coinvolta io, era coinvolto lui. Lui ha la parola e nega. Io ero allibita, credevo, dall’ingenuita dei miei 12 anni, che ormai fosse fatta, la magagna era stata scoperta, davanti a 30 ragazzi, che tra l’altro spaevano, e alle domande della professoressa non poteva fare altro che ammettere e arrendersi. Invece no. Lui nega. All'epoca non avrei mai immaginato che quella scena l'avrei rivissuta nella mia vita personale e nella vita sociale e politica del mio paese, ma anche del resto del mondo, milioni e milioni di volte tanto che ormai la considero un classico. No, all'epoca io ero scioccata. Ed ecco cosa succede, viene data a me la parola, se avessi parlato sarei stata immediatamente classificata come la traditrice, la bambina che racconta tutto, inaffidabile, perche e' questa la forza del disonesto, che altrimenti forza non avrebbe, fare leva su cio che puo farti male, e a quell'eta si sa cercavamo tutti un consenso, cercavamo visibilità, considerazione, approvazione, parlando avrei dimostrato che di me non ci si poteva fidare, per salvare me stessa ho puntato il dito verso un'altra persona che seppure colpevole non doveva essere tradita. Sarebbe stato inaccettabile socialmente il mio comportamento, la fine della mia battaglia per assicurarmi un posto nel mondo. O almeno questo era il mio terrore. Ma come potevo non dire? Mi veniva chiesta la verita, come potevo non far sapere? Non testimoniare? Non difendermi? Riuscire a non accusare? Come poteva il mondo chiedermi questo? Allora io sono rimasta zitta e mi sono girata e ho portato il mio sguardo da quello della professoressa a quello di lui. L'ho guardato e gli ho detto, come puoi avere la faccia tosta di continuare a mentire? Come puoi non capire che e' finita, che il tuo gioco e' stato scoperto? Lui era muto, mi guardava con superiorita’ e quasi compassione, anche il resto della classe rimase in silenzio, increduli della mia reazione, io ho guardato ancora la professoressa che a quel punto non ha piu sollecitato una mia versione dei fatti, a lei bastava cio che aveva visto e sentito. La mia nausea per quella menzogna che stava ancora una volta per vincere non aveva bisogno di ulteriori spiegazioni, di accuse, di litigi, quella mia nausea agli occhi di quella donna – donna! – non poteva che essere sincera e apparire tale. Sono passati piu di 20 anni da quell'episodio eppure cio che e' successo in quella classe, il mio voler credere a tutti i costi che giustizia sarebbe stata fatta anche se non avevo abbastanza strumenti, e avevo dei limiti che non potevo non considerare, e' stata la forza che mi ha accompagnata in tutte le mie battaglie. In ogni situazione oscura, dove la mancanza di chiarezza e di onesta e' evidente e dove e’ quasi sempre evidente anche la mia mancanza di potere, di strumenti, di prove, io sempre faccio appello alla potenza e alla bellezza della verita e dell'onesta, spero sempre che la forza del mio bisogno di onesta smuova la coscienza di chi ho davanti. Rispetto a venti anni fa ormai accetto con non troppi turbamenti la posizione spesso imperterrita di chi mi sta davanti e ha deciso che la verita non verra fuori, pero grazie a quel primo successo io ho e avro sempre la forza e la voglia di chiamare in causa l'onesta. Non mi stanchero mai di crederci, non mi stanchero mai di dare fiducia al giudice che ho davanti, anche se raramente ho trovato di nuovo giudici con un'etica e un'apertura cosi forte come quello della professoressa d'italiano. Ormai sono rassegnata con me stessa perche so che non smettero mai con un filo di ingenuità, di gridare: il tuo gioco e' stato scoperto che tu lo ammetta o no.

13/05/12

Non tutti i bastardi sono di Vienna


Per la prima volta ho fatto fatica a finire un libro perche troppo bello, di una bellezza coinvolgente, delicata, semplice e intensa allo stesso tempo. Un racconto  che  ha il gusto delle cose buone di una volta, e che soprattutto e' un racconto. C'e' qualcuno che ci sta raccontando una storia, con dentro delle persone, i loro luoghi, il loro tempo, il loro passato, le loro relazioni, le loro complessita. L'ho letto lentamente, e ogni volta che mi fermavo tiravo un sospiro di sollievo come se stessi così prolungando la vita dei personaggi. A un certo punto ho temuto per loro, sentivo che stava per succedere qualcosa di doloroso e stavo male, non volevo sapere. Un'alchimia così forte non credo sia mai accaduta tra me e il mondo del romanzo. Forse una cosa simile mi e' successa con Sostiene Pereira, ma era un coinvolgimento molto più intellettuale, diverso. In questo romanzo sono diventata l'ombra del narratore, ero li con lui, ho amato, sofferto, pensato, riso, mi arrabbiavo e gioivo con lui. Verso la fine ormai conoscevo tutti e non volevo che finisse, non volevo succedesse niente di cio che sentivo stesse per succedere. La scrittura e' elegante, raffinata ma non fredda, mai. Mentre leggi ti sembra di masticare quelle parole, mi sono trovata a rileggere a volte una parola a voce alta per sentirne il suono. Ecco, questo libro viene voglia di leggerlo a voce alta perche e' fatto di belle parole di quelle che ormai non si usano piu e non si sa perche. Ma e' un linguaggio allo stesso tempo semplice. L'uso del dialetto segna le diverse estrazioni sociali dei personaggi ma e' pieno di umanita' e di tenerezza. E' un libro duro perché mostra la durezza della vita ma anche perché ne mostra la bellezza, la potenza, la ricchezza, la diversità.


Non tutti i bastardi sono di Vienna, Andrea Molesini, ed Sellerio, 14.00 €

26/04/12

zen? ma anche no

piove da giorni, senza sosta o con sosta snervante di un minuto. il mio computer al lavoro si blocca ogni due secondi. e' lento, le pagine non si aprono, le mail non vanno e il mio capo semplicemente si rifiuta di ripararlo. la mia collega lavora con le cuffie, muro che la mia stanchezza e' incapace di abbattere. attendo il rimborso delle spese che ho anticipato per lavoro, che per una serie di menefreghismi di colleghi e capi e' arrivato dopo una settimana, in forma di assegno che non potro incassare prima della prossima settimana. attendo un cenno dall'italia, delle parole che non arrivano e ogni ora che passa domande e tragedie si affollano nella mia testa e mi stringono il respiro, non riesco a trattenere i "lo sapevo". la caviglia slogata quasi due mesi fa continua a farmi male e a non farmi dormire la notte, e il dottore dice che non e' necessario, no, che io veda un ortopedico. il mio coinquilino che in due anni non ne ha mai voluto sapere delle pulizie della casa oggi mi manda un messaggio chiedendo di aiutarlo a pulire dopo lavoro perche domani ha some people over to work and it'd be really nice to work in a sparkling space. posso urlare? o mi fate uscire da qui subito?

23/04/12

cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno...

... e farlo durare, e dargli spazio.

non so. se cerco un momento nel mio passato professionale, un momento in cui sono stata davvero felice di fare il lavoro che facevo senza sovrastrutture pesanti, che incupivano e che affaticavano, beh forse e' stato quando ero ufficio stampa per la mia piccola casa editrice napoletana. c'era tutto cio che cercavo. c'era napoli e un ufficio nel centro storico dove scegliere se e quando andare. c'erano libri di alta qualita' e una realta molto piccola da far consocere, da spingere, da rappresentare, e nella quale credere. c'erano colleghi e capi appassionati, intellettuali piu che imprenditori, amanti di cio che facevano piu che avidi di soldi. e soprattutto mancava per me il legame con il denaro. gia, facevo quel lavoro come secondo lavoro anche se lo consideravo il lavoro piu importante, quello che mi alimentava culturalmene e soprattutto mi dava energie, soddisfazioni. non era la mia prima fonte di guadagno e quindi non avevo pressioni. le motivazioni erano tutte emotive se vogliamo dare loro un aggettivo. controllavo la posta di notte, di domenica, mandavo mail, organizzavo viaggi per conoscere le testate giornalistiche importanti. leggevo gli articoli per individuare i giornalisti appropriati, telefonavo in redazione con il cuore a mille per la paura di un no o di un non ora o di un ma-chi-e'-lei. attaccavo con il sorriso quando io e il giornalista finivamo aprivamo mille parentesi che si richiudevano poi con calma, senza fretta. aprivo ogni giorno la rassegna stampa sperando ci fosse un accenno, un qualcosa che ripagasse la mia fatica. che gioia quando trovavo! dopo di quello ho fatto e faccio altri lavori legati all'editoria, che mi sono cercata, qui a londra. mi piace, si mi piace. eppure. eppure la felicita' rimane li, in quella stanza piena di libri, nella mail della giornalista che mi chiede un'esclusiva per un libro a cui tenevo un sacco. rimane con il docente di filosofia che viene a parlarmi del suo libro per far si che io riesca a parlarne ai giornalisti. rimane in cio che considero l'essenza del lavoro per amore, nella mancanza dei soldi e nella mancanza di capi. si io avevo dei capi, ma erano persone, non capi. persone che avevano fondato quella casa editrice negli anni universitari spinti dal desiderio di voler esprimere le loro idee e i loro valori attrverso la pubblicazione di determinati autori. persone che si sedevano con te, ti spiegavano, ti chiedevano un'opinione, davanti a un caffe', che ti comunicavano le loro idee ovviamente fallimentari dal punto di vista del profitto ma meravigliose da un punto di vista creativo e culturale. quando sono affaticata, demoralizzata, quando cio che faccio viene minato continuamente da coloro che sono i miei capi e credono di possedere me e le mie idee e la mia passione e il mio entusiasmo, e credono di poter modificare, dettare, decidere, io cerco di trattenere il nodo in gola che per forza si forma, cerco di andare oltre alla stanchezza delle quattro mura dove sono costretta a stare per un tempo deciso da altri, cerco di respirare e ricordare che in realta io sono stata felice tra i libri, con i libri. lo sono stata quando le strutture che ora mi schiacciano non c'erano, non esistevano. se un giorno c'e' stato, allora potra esserci di nuovo. buttiamo giu questo nodo e facciamo si che il percorso verso la felicita sia il piu breve possibile.


22/04/12

gabbie

succede che non capisci. sembra la cosa più naturale del mondo eppure non capisci. cosa dire. cosa fare. o meglio, cosa non dire e non fare. le persone sono universi sempre più complessi, più cresci e più gli altri ai tuoi occhi diventano fragili e hai paura di toccarli, di sfiorarli, di dire, di fare. hai paura di far male, di farti male, hai paura di rompere un equilibrio che invece non esiste, perché se non ci si spinge e non si osa non si costruisce niente tanto meno un equilibrio. e' tutta una finzione. ciò che sembra a te un equilibrio da non rompere e' semplicemente paura, tua, sua, e' un avvicinarsi, stendere la mano, stare per sfiorare l'altro e ritirarla immediatamente. le relazioni hanno sempre più la forma di un esame, bisogna dire la cosa giusta, fare la cosa giusta, essere intelligente, brillante, simpatica, tutto al momento giusto, non sbagliare i tempi, non sbagliare i toni. e' tutto così tremendamente sterile e frustrante. ma e' così. eppure io mi sento vuota. non lo voglio quest'equilibrio, voglio rompere tutto, gridare, urlare la gioia e il dolore. essere goffa e imbarazzata, ma essere. voglio riempirmi di errori e non aver timore. ma non ce la faccio. sono intrappolata in una gabbia che non vedo, ma sento sempre più pesante su di me. mi tiene lontana dalla vita facendomi credere che invece la posseggo. così non so più cosa davvero voglio dire, cosa davvero voglio fare. non lo so. incredibile, ma la vicinanza di una vita umana mi spaventa ed e' ciò che più desidero al mondo. desidero qualcosa che allo stesso tempo mi spaventa perché non so come gestire la complessità e la diversità e la bellezza e la sofferenza che viene fuori dall'incontro di vite. 
qualche mese fa ho portato mia nipote di due anni alle giostre, gli occhi le sono diventati luminosi e ha iniziato a sbattere le mani e ridere e indicare le giostre dove voleva andare ma appena ci avvicinavamo alla giostra nei suoi occhi si vedeva la paura, aveva paura di qualcosa che voleva e scappava. 
io non voglio scappare eppure sento che lo faccio. una parte di me vuole rompere questa gabbia e farsi male, l'altra e' la gabbia. 

05/03/12

non lo riconosco

gia. come ho scritto a un amico: "il piccolo e' bellissimo e stranissimo. guardo e riguardo la sua foto e non lo riconosco". e' davvero stupefacente, all'improvviso arriva una vita che prima non c'era, e ora sta la, respira, apre gli occhi ha delle proprie forme, tutte sue. chiude la bocca come nessun altro essere umano fa, arriccia il naso come solo lui può fare. questo nuovo essere fa parte della mia famiglia. in questi ultimi anni nella mia vita si sono susseguite velocemente morti e nascite. una morte ti toglie una persona che e' sempre stata con te, ti da' assenza, silenzio, crea un vuoto fisico. quel corpo non c'e' più, quella voce non ha più suono, e l'assenza ti fa impazzire. una nascita ti porta un suono che non c'era, un corpo che non c'era. qualcosa che non riconosci che non fa parte del tuo passato, ora sta li e si fa spazio. vita e morte. rumore e silenzio. tutto così fisico. tutto così sconvolgente. nessuno sostituisce nessuno. chi non c'e' continua a non esserci. chi ora c'e' sta li, presente e futuro. io non riesco a smettere di guardare questo essere che non riconosco ma dicono che sia mio nipote. e' bellissimo e stranissimo. non so trovare altre parole. ora il mio essere dovrà fare spazio mentale, emotivo e fisico a questa presenza. 
bellissimo.
stranissimo.

28/02/12

amore

Si amarono e se lo dissero senza domande e senza risposte.
Lui la osservava. Lei lo baciava.
Da dove veniva fuori quell'amore? Non lo sapevano e non se lo chiesero.
Le domande dopo, rispondeva l'uno quando l'altra chiedeva. 
Le domande dopo pensava l'una quando l'altro l'accarezzava. 
Dopo.  Quando baci, sguardi e carezze non saranno piu possibili.
Dopo ci sara tempo per i punti interrogativi o per il silenzio.
Per i punti forse.  Quelli definitivi. O magari quelli sospensivi.   
E' amore anche se non ci sono risposte e se non si vogliono domande.
Se si vuole l'amore in quel momento allora l'amore nasce tra le carezze e i baci non annunciati.
Lei lo abbracciava e lo guardava, lui la teneva e la baciava.
E l'aria si riempiva di punti. Punti indefiniti d'amore colorati. Tanti punti per aria come coriandoli.
Poi arriva il momento. Lui deve andare, ma non vuole, non sa, si ferma, ritorna. Un bacio in piu, meglio prenderlo. 
Un bacio in piu te lo do,  e anche due lei pensava.
Ma poi avvolta dalla miriade di punti colorati nell'aria lei lo raggiunge. Punti come farfalle che svolazzano. Punti d'amore. 
Niente domande pero, quelle dopo.
Poi il rumore di una partenza e una ventata fortissima e i punti si mescolano e volano via, in su e poi in giu. 
Chi sbatte da una parte, chi dall'altra.
Il vento si fa piu forte.
La partenza piu rumorosa.
I punti perdono equilibrio. Non c'e' piu lei, non c'e' piu lui.
Non c'e' piu amore.
Non piu carezze. Non piu baci.
L'ultima ventata. Ultime parole. I punti vanno giu. Senza piu colore.
Affondano.

27/02/12

Spring

Non so se e' arrivata per restare, pero e' arrivata. O almeno si sta facendo spazio. Me ne sono accorta dai boccioli timidi e colorati sui rami ancora infreddoliti, e dalla luce, e dagli odori. C'e' luce e un profumo dolce nell'aria. E' inverno da un anno e mezzo e lei sta arrivando e io ho paura di esultare. So bene che qui, fuori e dentro, la primavera puo durare un giorno e l'inverno un tempo indefinito.




E' inverno da cosi tanto. Da troppo. E io ho bisogno di profumi, di calore, di verde. Ho bisogno di fermarmi, non proteggermi piu. Ho bisogno per un po di non difendermi piu. Per un po. Per la durata di una primavera. Ho bisogno di aria, di sorrisi. Ho bisogno di camminare leggera per strada e di aprire le finestre. Di scrollarmi di dosso la tensione di chi si protegge continuamente.



Ho bisogno di una primavera che non sia uno scherzo. Che arrivi e che ci sia.



Ho bisogno di una primavera fatta di terra bagnata, di foglioline verdi delicate che spuntano dove non l'avresti mai detto. Del volo degli uccelli. Dei sorrisi della gente. Delle finestre aperte.



E' inverno da tanto e io voglio scrollarmi di dosso questo buio e questo freddo. Voglio prendere una bicicletta e andarmene al mare e voglio che il telefono non squilli piu con notizie d'inverno ma che arrivino lettere di primavera. Lettere che annunciano l'estate.



Basta inverno, vi prego. Lasciate che il mio corpo riprenda calore e colore. Lasciate che non debba piu difendermi. Per un po. Solo per un po.





24/02/12

delirio

eh, ok basta non ci penso piu. non ci devo più pensare.
pero che palle!
ok, vabene. come se niente fosse successo. ok.
pero, alla fine, perché non ci devo più pensare?? non e' giusto!
perché poi sai come va a finire. meglio lasciar perdere.
lascia perdere, lascia perdere, lascia perdere!
ok basta basta. non e' successo niente. vabene così.
non va bene per niente, mi sono rotta di non dover mai pensarci.
niente. tutto normale. tutto normale.
che due coglioni pero.
vi, andra tutto bene. sarà tutto come prima. facciamo finta di niente. e' andata.
si pero, uff
si ritorna alla normalità
eh.
e comunque lo sai che a un certo punto ti passa.
mmhh.
si.
vabbe
tristezza




12/02/12

domenica qualsiasi


Al mio risveglio la casa era in silenzio. Percepivo, anche a tende chiuse, la poca luce proveniente da fuori e sono restata ancora un po. Non amo dormire a lungo, neanche nel fine settimana, ma mi piace starmene a letto anche da sveglia, lasciare che corpo e mente decidano il momento giusto per riprendere contatto con cio che e’ rimasto fuori dalle coperte.

Con lentezza sono scesa in cucina. Latte e caffe.

Poi una piacevole sorpresa, Salvatore al di la dello schermo del pc che mi ha fatto vedere l’ultimo ballo che ha imparato.

Poi piscina, per riprendere il contatto con l’acqua, elemento fondamentale ma raro ormai nella mia vita. Sono tornata a casa rigenerata, serena.

Padrona della casa, e della cucina ho preparato il pranzo. Sembrava tutto perfetto.

Eppure.
Eppure all’improvviso una vertigine. Cos’e’? perche?

Perche all’improvviso ti senti un’estranea? Estranea a cio che ti circonda. A quella cucina che hai appena finito di pulire. Estranea a quei centimetri dove hai posato i tuoi piedi. Estranea a te stessa.

Un capogiro. E non sai piu chi sei, dove sei e soprattutto perche. Perche qui e non in un altro luogo. E se altrove, dove?

La casa vuota e calda, le luci basse, il silenzio e questa sensazione di estraneita.

Non e’ stato altro che una domenica qualsiasi.