lui dice, lui fa, lui si vanta, perchè lui può. lui sta lì e decide di farsi vedere nei panni di chi non vuole farsi vedere. scende dal trono e tutti devono osservare e sapere che lui è sceso dal trono. lui vieta e poi fa ciò che vieta, perchè lui può. lui va e viene quando vuole dove vuole. lui dà e lui toglie e tutti accettano e lo glorificano. perchè lui è lui. lui prende in giro perchè lui può, sempre. perchè lui è superiore. ma in realtà sono gli altri ad aver capito male, sempre. lui elargisce, le sue case a chi non ne ha, suo figlio a chi non ha soldi, battute a chi non vorrebbe ascoltarle. perchè è generoso, lui. lui è sempre al tg, qualsiasi tg. perchè lui fa, perchè lui dice, perchè lui può, ancora. meno male che c'è lui. viva lui e viva il suo paese che lo vuole ora e sempre, perchè lui risolve, lo dice lui. lui fa ponti perchè lui ama la comunicazione, la sua. lui trova i soldi perchè lui è bravo a trovare soldi. lui ha vinto la morte, quella delle persone della terra dove ormai sembra stia vivendo lui. lui sorride, sa che lo riprendono e che lo guardano. lui sorride ma indossa la maglia nera, perchè è un uomo serio lui. tutti amano lui. viva lui. e poveri noi.
Photo: virginia
24/04/09
20/04/09
avota, avotaaaaaa
La mano sbatte forte sulla tammorra, la voce innalza un canto d’amore, di sofferenza, di sfida, d’augurio o di ringraziamento, poco importa, l’importante è che bisogna tirar fuori, esprimere e condividere. Il cerchio è composto, in due si guardano e si avvicinano, i corpi iniziano a muoversi trascinati dal battito della tammorra, le braccia si alzano piano e le mani impugnano le nacchere che cominciano a sbattere. “meglio ‘na tammurriata che ‘na guerra” sempre sbattendo sulla sua tammorra grida Marcello Colasurdo, l’uomo della tammurriata, un uomo del popolo e del passato che alla festa della montagna di somma mentre mi mostra come suonare la tammorra mi dice, io non l’ho studiata e non saprei parlarti di terzine o quartine ma ti dico: senti il ritmo dentro e poi lo sbatti. Non si ferma un attimo, ad ogni passo intona una tammurriata. È festa. Donne e uomini, anziani, giovani e bambini, tutti iniziano a ballare, tutti con tutti. Ci sono gonne, jeans, giacche e cravatte. In serata a riscaldare e sciogliere chi ancora non è riuscito a sciogliersi con la musica, arriva il vino rosso quello buono dei paesi vesuviani, e da mangiare, tanto. E allora a tarda serata che importa quali sono i passi, che importa se le mani fanno male a forza di suonare le nacchere, si balla, si balla e si canta, ancora, ancora e ancora. Tutti sorridono, le ansie e i nervosismi non appartengono a questi balli e alla gente che si lascia coinvolgere. Sembra che ci conosciamo tutti, ci diciamo dove andare e dove vederci. A me non frega niente di conoscere pochissimo questi passi, ho deciso che sono i miei e allora mi lascio prendere da rafel o parular o da salvatore o falignam, li seguo e mi insegnano un ballo che non hanno imparato ma sempre e solo ballato fin da piccoli. “Tu imparerai presto” mi dice Salvatore il falegname, che ci ha pure promesso delle nacchere fatte da lui. E a me piace pensare che imparerò presto anche se infondo mi interessa solo viverle queste nottate di suoni e di voci, di gente, di sguardi e di risate genuine, di lampioni e di stradine, di cortili con balconi e galline. (festa della montagna di somma vesuviana e madonna delle galline di pagani)13/04/09
rottura degli schemi di comunicazione
tore devi iniziare a fare i compiti da solo. ormai sei grande.
chi io?
si tu, sei grande, devi fare da solo.
nooooo! davvero?
eh si. davvero!
nooooo. non ci credo!... no, no... io non ci credo.
09/04/09
Buenos Aires
Cos’è buenos aires? Come si afferra? Da che parte la si prende? Non so. Per me Buenos aires è una città che non riesci ad afferrare. Ci stai dentro, la guardi e cerchi una definizione ma lei sfugge e non si fa prendere. È qualcosa, ma è sempre anche altro. Sta lì e ti avvolge con le strade che sembrano tutte uguali ma che sono sempre diverse, con le caffetterie colorate e piene di passato, con la musica che viene fuori da finestre e negozi, con la luce del sole che si intrufola fra alberi e fili dei semafori. Ti avvolge con camion vecchissimi che mai riuscirai a vedere su una strada europea e con taxi gialli e neri che racchiudono storie sempre diverse. Ti avvolge con i volti semplici e fieri delle persone e con l’odore di carne arrostita e il rumore di soda fresca spruzzata nel vino tinto. Buenos aires è un po’ Parigi, un po’ Napoli, un po’ Messico, un po’ Bolivia e un po’ altro. È Italo il sarto, con la sua eleganza e con il suo passaporto italiano e il suo biglietto della nave ancora intatti, protezione della propria identità. È Adolfo l’edicolante ormai senza edicola con sempre un consiglio su cosa fare e dove andare, e con sempre “moneda” da elargire, custodita da altri gelosamente. Ma è anche e soprattutto i portenos che si lamentano della insicuritad. È un po’ Fossati e un po’, giusto un po’ Pessoa. È tanto sud e un po’ di buono nord del mondo. È la nonna calabrese di Fernanda e la casa di Lanùs di Ulisse ed Erika, e i vicini di casa di Enrico, è un po’ Sant Elmo, un po’ Matadores e tanta Salada. È la buona compagnia di Octavio ed Ana, è un po’ di rock, un po’ di ska al parque del centenario e tanto tango ovunque. È la valigia di cartone di Enrico rimasta lì ad attendere. É l’irregolarità e la vitalità della villa 31 con dentro Le Rire di Bergson, è la città delle buonissime media lunas e dell’ancora più buono dulce de leche e dell’incontro di questi ultimi due in una goduria del palato. È la città del mate bevuto in taxi e degli alfajor presi a qualsiasi ora nei kioski sempre aperti. È la città del BAFICI (il festival di cinema indipendente) e le sue code. È la città del 41 e della calle urquiza esplorata di notte. È la città del popolo e della borghesia, tutti uniti al funerale di Alfonsìn. E ora, da qualche giorno, è anche la città del Musetta, un caffè ancora non letterario. Forse non è la città dei fotografi, nè dei postini. Non è la città degli spicci, nè dei trasporti pubblici e non è la città dei filtri per le sigarette. Ma credo sia l’unica città al mondo in cui Milano e Napoli convivono armoniosamente, necessariamente, gustosamente, intellettualmente, fisicamente nella prima pietanza mangiata in argentina in una giornata assolata e che ha un po’ caratterizzato ciò che poi è stata la mia buenos aires, la milanesa a la napolitana. Buenos aires è anche tanto, tanto altro. Quel tanto altro che un po' non si vuole e un po' non si può tradurre in parole.
07/04/09
05.04.09 - dulce de leche
È fresca l’ultima notte a buenos aires. La tendina bianca si muove appena, lasciando passare l’aria che concilia il sonno, infatti qualcuno già dorme qui in casa. Ma fuori la città si fa sentire e io le faccio compagnia. Ancora per poco. Le immagini, i suoni, gli odori, i sapori, le persone, le emozioni, la fatica, prendo tutto e metto in tasca. Morricone mi aiuta a chiudere gli occhi, domani sarà il giorno della traversata.
26/03/09
brividi
"Vidi il golfo accendere le luci da Posillipo a Sorrento. Erano tanti fazzoletti bianchi, salutavano gli occhi aperti di quelli che partivano. Quelli vicini a me erano fradici di lacrime. Quelli vicini a me non sono di prima classe, non hanno biglietto di ritorno." Erri De Luca, Il giorno prima della felicità.
Io non vado per mare e il biglietto di ritorno c'è. Sono una viaggiatrice che tocca, si immerge, sfiora, prende, si lascia affascinare, innamorare e torna, malata di quella città. Parto, con la paura e la voglia di ammalarmi di questa nuova terra. Dunque, a presto.
22/03/09
c'era una volta un bare
Tore: ni ti ricordi cappuccetto rosso?
Ni: no. Come fa?
Tore: c’è il lupo che mangia tutti e due!
Ni: ah. È vero, mangia cappuccetto rosso e la nonna.
Tore: siiiii. Brutto il lupo. Perchè mangia tutti e due?
Ni: no tore. Il lupo aveva fame. Perciò mangia la nonna e cappuccetto rosso. Povero lupo.
Tore: fame? Ah ho capito. E allora doveva mangiare una bistecca. Perchè non ha
mangiato una bistecca?
Ni: (resto un attimo in silenzio. Tutto fila. Perchè non ha mangiato una bistecca?) E perchè dove la prendeva sta bistecca?
Tore: dove? Al bare (bar, ndr).
Ni: al bareeee???
Tore: si costa 4 euro
Ni: ah. Ma nel bosco non c’è il bare!
Tore: eeeehhhh???!!! Non c’è!!????
21/03/09
Per te amica
Si avvicina lentamente e dentro di sè ha il terrore. Appoggia la mano a una mensola, si abbassa, piega le ginocchia, apre lo sportello, schiaccia un paio di pulsanti, richiude e aspetta. Due secondi e dovrebbe partire. Niente. Ok, proviamo a riaprire. Si sarà scordata sicuramente qualcosa. Invece no, e lo sa bene. È andata. La maledizione dell’elettrodomestico ha colpito ancora. Avvilita ma quasi rassegnata si alza, giusto un’occhiata a piatti e pentole da lavare poi comincia a camminare, piano. In casa ormai è buio ma lei non ci fa caso. Dall’altra parte della casa si intravede una luce. È il computer. Meglio rimettersi a scrivere. Prima che arrivi in camera la finestra del salone chiusa male si spalanca e davanti a lei si alzano ciuffi di polvere nascosti un po’ in ogni angolo. Ha un sussulto, si ferma. Senza neanche pensare va verso lo sgabuzzino. Con l’aspirapolvere due minuti ed è fatta. L’aspirapolvere, cazzo. Che stupida, è stata la prima ad essere colpita dalla maledizione. Suo marito le aveva detto, tranquilla, sarà un filo staccato e aveva perso tutta la domenica a smontarla e rimontarla. La domenica! L’unico giorno in cui tutto dovrebbe fermarsi per far spazio all’intimità. Invece no, quella domenica l’intimità si era creata con l’aspirapolvere. Il risultato? La domenica è passata, l’aspirapolvere è andata, lui incazzato, lei “ok manteniamo la calma”.
Guarda l’orologio, prima che arrivi suo marito ha ancora 55 minuti. Con trenta scrivo ancora qualche riga, se mi dice bene una pagina. Dieci per mettere sui fornelli qualcosa di commestibile, e dieci per smaltire qualche piatto, almeno quelli per la cena. E poi caschi il mondo cinque minuti per preparare e fumare una bella sigaretta. Rianimata dal piano organizzativo e gestionale appena fatto afferra la sedia, sposta un po’ di cose sparse sul pc e inizia a concentrarsi. Mani sulla tastiera. Cazzo. E sì, il computer diventa buio e silenzioso. Contemporaneamente risate e miagolii. Guarda in basso e trova loro. Il figlio e la gatta hanno pensato bene di intrattenersi con il filo del pc. D’altronde cosa si fa se la tv è stata uccisa da un corto circuito e nello stereo non funziona l’audio? Si distruggono pagine non salvate. Eh no, proprio non erano state salvate. O forse. Mah, non ricordo. Sì, sono andata in bagno un attimo e credevo di tornare subito e continuare, non c’ho pensato, poi invece mi sono fermata proprio per dare da mangiare a questa stronza di gatta! Ma poi sono tornata e ho salvato. Sì, si, certo ricordo... no, no. Stavo tornando ma ho sentito la lavastoviglie con quei suoni strani e... non è possibile.
Guarda l’orologio, prima che arrivi suo marito ha ancora 55 minuti. Con trenta scrivo ancora qualche riga, se mi dice bene una pagina. Dieci per mettere sui fornelli qualcosa di commestibile, e dieci per smaltire qualche piatto, almeno quelli per la cena. E poi caschi il mondo cinque minuti per preparare e fumare una bella sigaretta. Rianimata dal piano organizzativo e gestionale appena fatto afferra la sedia, sposta un po’ di cose sparse sul pc e inizia a concentrarsi. Mani sulla tastiera. Cazzo. E sì, il computer diventa buio e silenzioso. Contemporaneamente risate e miagolii. Guarda in basso e trova loro. Il figlio e la gatta hanno pensato bene di intrattenersi con il filo del pc. D’altronde cosa si fa se la tv è stata uccisa da un corto circuito e nello stereo non funziona l’audio? Si distruggono pagine non salvate. Eh no, proprio non erano state salvate. O forse. Mah, non ricordo. Sì, sono andata in bagno un attimo e credevo di tornare subito e continuare, non c’ho pensato, poi invece mi sono fermata proprio per dare da mangiare a questa stronza di gatta! Ma poi sono tornata e ho salvato. Sì, si, certo ricordo... no, no. Stavo tornando ma ho sentito la lavastoviglie con quei suoni strani e... non è possibile.
Invece è possibile che succeda questo e tanto altro. Qualcosa in più, qualcosa in meno. Spero che queste mie righe servano ad esorcizzare possibili rivolte di mobili, pavimenti, muri, gabinetti, ed elettrodomestici (quelli ancora in vita)!!
16/03/09
negroni e parole
Il negroni fa girare la testa, ma è buono ed è una novità. La bandabardò fa saltare e questo è un dato di fatto. In mezzo ai salti e alla buona musica a Perugia prima o poi incroci lo sguardo del baffo, il mio amico Stefano, e questa è una sicurezza. L’amicizia con Francesca si definisce e prende forma, questa è una piacevole sorpresa. Inevitabilmente con la bandabardò sono apparsi gli anni dell’università, il lavoro al contrappunto, la perugia notturna, i corridoi di casa dello studente. È apparso il lago, la mia casettina lacustre, la darsena, il due lune. E pensi al tempo. A questa cosa strana che ci regola, o crede di regolarci. Eppure il tempo della mia vita non centra niente con orologi, calendari, festività. Finalmente l’ho capito. Ed è bello. È bello sapere che il tuo periodo da schifo non è finito con quei quattro botti il 31 dicembre. Perché avrebbe dovuto? Al mio malessere chi glielo dice che l’anno è finito e che chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto? e quando la gioia esploderà dentro me all’improvviso, quel giorno che il calendario definirà normale a un’ora che sarà per tutti un’ora qualsiasi, io cosa farò se non gioire come in un giorno di festa? La vita sembra una sinfonia. Ci sono dei movimenti. Vivere forse è seguire questi movimenti. Esserci dentro. Esserci. Stare sempre. A volte però ci si spegne pian piano. E succede anche nelle sinfonie. In quelle di Beethoven almeno succede. Sembra che la musica sparisca, si fa sempre più bassa. Più bassa. Fino a che non riesci ad ascoltare più niente. E poi. Con uno scatto meraviglioso di vita riprende ed esplode. Ed è bello. Io ringrazio Dio di tante cose. In particolare di queste braccia e queste mani che possono scrivere, che possono scattare foto, che possono accarezzare il volto di salvatore, che possono coprire con la coperta mia nonna la sera, che possono abbracciare un’amica che non vedi da tanto, che possono fare il segno della croce in una chiesa. Ringrazio delle mie gambe che possono saltare con la musica, che possono farmi nuotare, che possono andare e farmi sentire di stare andando. Lo ringrazio della persona senza braccia e senza gambe che mi ha fatto incontrare ieri sera al concerto della bandabardò, lo ringrazio di avermi posto davanti la gioia per la vita che aveva questa persona.
07/03/09
sole su milano
voglia di leggerezza. voglia di tenersi in bocca il sapore pastoso di un buon vino rosso. voglia di una telefonata inaspettata. voglia di verde. voglia di blu. voglia di gelato gianduia sotto i portici di torino mentre pioviggina, ed è notte. voglia di sentire il rumore delle chiavi tirandole fuori davanti alla serratura della porta. voglia di aprire la porta e richiuderla alle spalle. voglia di ridere senza un perchè e non riuscire a fermarsi. voglia di dire sì. voglia di pensare al weekend. voglia di musica a palla mentre pulisci casa. voglia di sedersi e prendere il caffè dopo aver pulito casa. voglia di svegliarsi, aprire le finestre e trovare il mare che luccica.
dopo giorni di pioggia a perugia, stamattina il sole è su milano, la città è sveglia e silenziosa.
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